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Fonti archivistiche per la storia dell’infanzia abbandonata. di Michela Sessa Soprintendenza archivistica per la Campania

03.10.2013 18:00

 

Michela Sessa Soprintendenza archivistica per la Campania – stralcio della relazione tenuta al Simposio in Napoli – Ospedale Annunziata Napoli : Modifica all’art.24.

La straordinaria messe di studi dedicati nell’ultimi venti anni alla storia dell’infanzia abbandonata ha utilizzato fonti tra le meno sfruttate dagli storici, quali gli archivi comunali, di confraternite, di ospedali, di diocesi. Le suggestioni di ricerca, oltre quelle tradizionali di carattere giuridico istituzionale, sono di varia natura: di storia dell’assistenza e della carità; di storia della medicina e della salute; di storia della mentalità e della sensibilità.

La documentazione che questi archivi a volte secolari hanno conservato fino ad oggi sembra a volte aver coagulato il dolore e la sofferenza di masse di diseredati, offrendone un quadro a volte straziante, ma sempre ricco di particolari e di sfumature.

La ricchezza documentaria si offre ad una ricerca scientifica capace di dosare con attenzione le valutazioni “quantitative” e l’indagine “qualitativa”, leggendo dei documenti tutte le suggestioni e finanche i silenzi. Senza inutili sentimentalismi ed anacronistiche trasposizioni si rivendica per questa via anche agli umili il diritto di avere una storia individuale, oltre che una storia collettiva, una storia di sentimenti, oltre che una storia di condizioni materiali di vita, non diversamente da quanto avviene, di regola, per gli appartenenti ai ceti superiori.

Ma la quantità di materiale documentario utilizzabile per la ricerca è al tempo stesso immensa e sconosciuta: immensa poiché numerosissime furono nei secoli le istituzioni create dall’aristocrazia, dai vescovi, dalle classi abbienti illuminate, da ogni momento associato del vivere civile, per porre sollievo agli esposti; sconosciuta perché la scomparsa, la concentrazione, la trasformazione degli enti hanno spesso determinato, quasi sempre per incuria, la dispersione in mille rivoli degli archivi.

Il problema della conservazione delle fonti è di straordinaria urgenza: infatti se è possibile oggi leggere documenti di alcune centinaia di anni fa, grazie all’ottima qualità della carta e degli inchiostri, questa possibilità è quasi da escludere per i documenti degli ultimi 50 anni, soprattutto se non conservati con le dovute cautele. In breve: più che gli archivi storici, oggi sono in pericolo di perdita gli archivi di deposito, quelli che –  secondo la partizione classica dell’archivistica – custodiscono i fascicoli non più correnti ma non ancora storici, condizione che maturano dopo quaranta anni dalla conclusione della pratica cui si riferiscono.

L’attività di vigilanza non fa che rivelare condizioni inidonee di conservazione: collocati spesso in luoghi a poco dire inidonei (cantine, sottotetti, ripostigli) gli archivi di deposito sono nella migliore delle ipotesi senza alcun ordinamento, senza inventari che ne permettano la consultazione. E questa condizione riguarda in generale tutti gli archivi pubblici: quelli dei ministeri come degli ospedali, dei Comuni come delle Provincie, e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

E’ necessario quindi che la coscienza civile si mobiliti per la salvaguardia di questo patrimonio straordinario, che oltre a conservare la memoria storica custodisce soprattutto i diritti dei cittadini e delle istituzioni.

Una strada maestra per la soluzione del problema è rappresentata dall’impiego di una nuova generazione di archivisti, per garantire la costante attività di recupero e valorizzazione degli archivi pubblici italiani.